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L'infanzia di Ivan, Andrej TarkovskijIl secondo film di cui voglio parlare oggi è L’infanzia di Ivan (russo: Ivanovo Detstvo) di Andrej Tarkovskij.

L’infanzia di Ivan narra la storia di un piccolo ragazzo russo, appena dodicenne. La sua vita è traumaticamente distrutta dall’invasione tedesca nel suo Paese. Il ragazzo orfano si unisce ad un gruppo di partigiani che combattono l’invasore. Ivan inizia a compiere missioni pericolose negli spazi occupati dal nemico. Quando i comandanti decidono di affidargli un’ ultima missione, Ivan non riesce più a tornare vivo.

Il tenente Galcev, una volta finita la guerra, ha trovato a Berlino, insieme all’Armata Rossa, nella sede della Gestapo un fascicolo relativo al ragazzo. Scoprono che il piccolo Ivan è stato catturato e impiccato dai nazisti.

Un tema affrontato anche nel primo film di Tarkovskij, Il rullo compressore e il violino, quello dell’infanzia e della privazione. È un tema che sta al cuore del regista.

Oltre questo, Tarkovskij dimostra il gusto per le “belle immagini”.

«C’è peraltro da rivelare la differente utilizzazione delle inquadrature “ben composte” e relativamente “troppo” costruite per esprimere elementi del racconto, rispetto ad altre “visioni” ed espressioni più vicine a suggestioni tecnico-estetiche tali da non essere considerate frutto di esclusive esigenze dell’elaborazione complessiva del film.»[1]

Le inquadrature del film aprono con il primo piano di Ivan, sorpreso e affascinato da una ragnatela, che rappresenta un percorso della vita, l’indecifrabile trama del destino.
Poi la camera scorre lentamente sul tronco dell’albero fino a ritrovare e seguire Ivan. L’azione si svolge in un bosco. Un paesaggio che Tarkovskij lo riproduce i tutti i suoi film.
L’inquadratura finale dell’ultimo film, Sacrificio, presenta un albero secco e lungo, dove la macchina da presa lo ritrae dalla terra fino al cielo.


«L’albero è per un etica tradizione simbolica dell’uomo, della sua umanità. Nel simbolismo cristiano tutto il dramma della umana avventura è teso fra l’evento primordiale dell’albero dell’Eden e l’Albero della Croce da esso scaturito per il Nuovo Adamo, Cristo.»[2]

L'infanzia di Ivan, Andrej Tarkovskij

La macchina da presa segue poi il ragazzo come corre felice verso la madre, poi beve dissetato dal secchio d’acqua fresca. Anche qui Tarkovskij vuole rappresentare la vita, la fonte della vita e l’anima di Ivan.
Il volto del ragazzo è un immagine fondamentale, che attraverso qui è raccontata la vita, la dramma nascosta dietro lo sguardo di Ivan.
Soltanto nel sogno di Ivan vediamo il suo sguardo felice, tranquillo. Nella vita reale, invece, il ragazzo addotta un’espressione rigida, cattiva, pronto a vendicarsi per il male che gli ha portato la guerra.

Nel sogno Ivan torna ad essere umano.
I quattro sogni del ragazzo sono brevi stazioni “di ricordi” descritte con bianchi molto luminosi, solari, e ariosi di un itinerario.
Altri simboli come l’acqua e il fuoco rappresentano nel cinema di Tarkovskij la vita e la morte: la vita che è consumazione e la morte che è germe turgido e fecondo di vita.

Arsenij Tarkovskij, il padre del regista scrive:

E miracolosa invero era la lingua dell’acqua
un racconto ripetuto all’infinito.
Simile alla luce di una stella, al fugace balenio
della selce, alla profezia della sventura.
In lei c’era il sapore dell’infanzia,
quando la vita non si misura in anni,
e di qualcosa cui non si può dar nome,
che ci viene dinanzi nelle notti …

Il fuoco e l’acqua che gocciola nel catino introducono il secondo momento di vera infanzia, di indifesa umana debolezza, di quella vulnerabilità che appartiene al sogno e al sonno profondo e che Ivan ha bisogno di vivere inventandosi un passato di morte – la madre è forse morta in modo diverso – per non pensare al presente. [3]

Un’altra immagine profonda è quella della madre ripresa dal basso, che guarda sorridente suo figlio e si asciuga il sudore con lo stesso gesto degli altri sogni. Ivan inginocchiato presso la riva, lambito dall’acqua, beve dal secchio di ferro posato a terra. La macchina da presa arretra e la donna si gira, si allontana salutando con la mano il bambino che vediamo giocare con altri bambini a nascondino.

Ivan si gira cercando con lo sguardo gli altri compagni di gioco, e vede dietro alcune grosse radici la bambina che l’ha incontrata (nel sogno) in un camion pieno di mele.
L’ultimo stacco mostra Ivan in primo piano che tira la mano in avanti. La macchina da presa lo segue e si ferma lentamente sul tronco di un grosso albero che riempie piano, piano lo schermo, che sulla parola “fine” si oscura completamente.
Neanche un pozzo profondo non poteva diventare così scuro come questa immagine finale, che sottolinea l’idea di sfiducia e totale pessimismo.

«Cosa c’è di spaventoso che il gioco nella guerra» – dice Andrej Tarkovskij – ecco, questo è il dettaglio del racconto.

L'infanzia di Ivan, Andrej TarkovskijLa storia è molto profonda e reale, non c’è spazio per il romanticismo.
Andrej Tarkovskij ci teneva tanto a questo tema, aveva più o meno la età di Ivan quando era iniziata la guerra.

Regia: Andrej Tarkovskij;
Sceneggiatura: Mihail Papava e Vladimir Bologomov, tratto da un racconto di Vladimir Bologomov;
Fotografia: Vadim Yushov;
Scenografia: Evghenij Chernajev;
Musica: Vyacheslav Ovchinnikov;
Montaggio: G. Natanson;
Attori: Nikolaj Burljaev (Ivan), Irma Tarkovskaja (la madre di Ivan), Valentin Zubkov (Cholin), E. Dzarikov (Galcev);
Produzione: Mosfilm;


[1] Fabrizio Borin, Il cinema di Andrej Tarkovskij, p.51

[2] Antonio Socci, Obiettivo Tarkovskij, p.104

[3] Fabrizio Borin, Op.Citata, p. 60

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